Winston Wolf e l’antropologia social

Winston Wolf e l’antropologia social

Ma quelli che si “occupano di mkg” (per quel che può  significare), “digitale” per giunta (per quel che dovrebbe in realtà significare)… ma perché ritengono opportuno  dispensare pillole di sapienza su Linkedin, su Facebook,  su qualunque altra piattaforma social?
Ma si è  mai visto un imprenditore leggere linkedin per informarsi? O facebook?
Si è  mai visto un imprenditore poi decidere di pagare per qualcosa che ha la sensazione di poter ottenere gratis da qualunque parte si giri?

Questi salamelecchi reciproci tra sedicenti “esperti” (perché alla fine si leggono e si condividono soltanto tra loro . “I pompini  a vicenda”, direbbe Winston Wolf ) che senso hanno se non  quello di puntare ad una popolarità sterile ed effimera, inutile se non ad ottenere ingaggi da parte di altri che non possono mettere sul mercato altro che “corsi di vendita sulla speranza di vendita , o “corsi di vendita di speranza di trovare il lavoro come venditore di speranze di vendita”?

Siamo veramente oltre il fondo del  barile raschiato.

E tutto questo in un momento in cui gli imprenditori stanno creando partner con cui condividere una responsabilità enorme. Quella di rovesciare la propria impresa dalle fondamenta: dalla visione, alla infrastruttura, alle persone, ai quadri, ai dirigenti, a se stessi. Dagli strumenti, ai metodi, alle metriche, agli obiettivi, ai partner. Dalle categorie finanziarie a quelle giuridiche a quelle etiche.

In questo contesto qualcuno ancora  si agita per passare da “social media marketing expert” nel gruppo linkedin dei suoi pari ? O da “Instagram Guru”?

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“Parlando di moto in italia esistete solo voi”. E non ci si riferisce ad un produttore

“Parlando di moto in italia esistete solo voi”. E non ci si riferisce ad un produttore

La frase del titolo proviene da un commento su Facebook proveniente da un utente ed inserito in un post, scritto da un altro utente, collaboratore di un magazine online, relativo ad un articolo dedicato al ritorno sul mercato di un marchio storico italiano prodottore di motociclette

Perché colpisce il commento?

Perché non era diretto al marchio storico, né ad alcun altro marchio o produttore, né al magazine online direttamente.

Era dedicato ad un utente, incidentalmente anche redattore del magazine.

Ed andava a sottolineare una cosa evidente e che le imprese non valutano ancora appieno: la rilevanza di settore è ascritta al detentore dell’audience di comparto, una audience guadagnata con i soliti e noti investimenti: persone, competenza, contenuti, comunicazione, relazioni personali, utilità,  non autoreferenzialità, servizio agli utenti, commenti, reviews, coinvolgimento, catalogo e assortimento, ascolto, feedback, fatica, lavoro ed investimenti a lungo termine, fiducia veicolata a coltivata peer to peer, eccetera.

Risultato: “la moto siete solo voi”.

Le aziende non hanno ancora capito che è da qui che devono partire e che purtroppo sono probabilmente ormai lontanissime dal poterlo fare: prima è necessario diventare un http://www.moto.it e poi, solo poi, eventualmente, si può pensare a riesumare un vecchio marchio qualsiasi e tre linee di produzione per (ri)mettersi sul mercato con speranza plausibili di vendere qualcosa. Anziché di essere la new quotidiana di un magazine.

Non il contrario.

Oppure si fa il gioco del detentore dell’audience che sta solamente attendendo di poter distribuire gratis i prodotti altrui, al prezzo che vorrà. Quando sarà il momento.

Bravissimi http://www.moto.it

Veri imprenditori.

Un ecosistema, non un portafoglio.

Un ecosistema, non un portafoglio.

Le aziende non hanno bisogno di consulenze di “esperti” digitali, né di aggiungere semplicemente Business Unit “digitali” al vecchio modello di business. Hanno bisogno di adattare il proprio modello di business per avvicinarlo alle persone, che non sono e non comunicano più nei luoghi e nei modi conosciuti, ma che comunicano e sono connesse più che mai.

Perché questo riavvicinamento sia reale e tangibile nei risultati, deve cambiare radicalmente anche il rapporto tra “fornitori e clienti” per adeguarlo a questo mondo iperconnesso la cui forza sta nel network e nella condivisione tra pari.

La rivoluzione copernicana indotta dall’evoluzione digitale sta in questo: nella forza che porta con sé la creazione di un ecosistema, la cura di una ecologia di rapporti tra persone, tra imprenditori di se stessi come siamo tutti, oggi, fatta di affinità elettive e di uguale forma mentis più che non a normazioni preconfezionate da Condizioni Generali di Contratto.

Stantie, falsamente rassicuranti ed anacronistiche come lo sono tante altre categorie relazionali di un mondo che non esiste più.

Creare un ecosistema, quindi. Non un portafoglio.

Un ecosistema favorevole alla creazione di occasioni di business “sano” tra tutti i soggetti circostanti.

Un ecosistema che si autotuteli in un controllo reciproco, in cui il senso critico prima di ogni decisione venga applicato alla conservazione della fiducia personale, nella considerazione che i risultati arriveranno per tutti solo in funzione dell’apertura alle informazioni, della conoscenza vera dei rispettivi modelli di business ed della condivisione serena delle reciproche competenze, tra imprenditori e professionisti.

Il passo inevitabile che ne conseguirà sarà la condivisione anche del rischio imprenditoriale, tra imprenditori e collaboratori, perché in un ecosistema non esistono perdenti o vincenti all’interno di una stessa relazione: esistono un ecosistema in equilibrio ed uno in disfacimento.

Forse è presto per parlare di questo, ma iniziamo già a considerarlo:

in un mondo iperconnesso, in cui il capitale spendibile è il grado di fiducia riconosciuta e la qualità della propria audience, siamo già tutti SOCI.

Prima ancora che lo riconosca il diritto commerciale.

Comportiamoci già tutti come tali.

Anzi, meglio.

“Del sito web ti occupi tu”. La Coppa Cobram digitale aziendale. Guida alla sopravvivenza

“Del sito web ti occupi tu”. La Coppa Cobram digitale aziendale. Guida alla sopravvivenza

Tutte, o quasi, le aziende sono alla terza tornata di esperimenti web – tutti più o meno deludenti – ed inizia ad affiorare un certo nervosismo all’idea di avventurarsi nella inevitabile quarta: oramai l’individuazione dell’incaricato aziendale: “Del (sito) web ti occupi tu” –  è temuta come l’indizione della fantozziana Coppa Cobram ciclistica aziendale annuale.

E’ pura statistica che i responsabili del “web aziendale” non mangino il panettone due volte di seguito. I migliori.

Ciò, chiaramente, non per loro esclusiva responsabilità, ma a causa degli accademici 5 fattori di fallimentarietà necessaria delle iniziative digital nazionali, nell’ordine:

  1. mancata individuazione dei reali obiettivi di business aziendali
  2. iniziativa randomica
  3. roadmap asfittica e/o a brevissimo termine
  4. imprenditore non compartecipe diretto del progetto digital
  5. budget inesistente

In ogni caso l’incaricato alla gestione del “progetto web annuale” ha poco di cui rallegrarsi; questi sono alibi che non lo salveranno.

Proviamo allora a stendere un guida minima, magari a puntate, che gli fornisca qualche chance in più di prolungare la sua carriera aziendale.

Prima puntata: la scelta della digital agency partner
  • Vi hanno contattato facendo telemarketing? Escludeteli di default! Senza eccezioni.

State investendo nel mondo digitalizzato, avete diritto ad un partner che dimostri nei fatti di credere nel mondo digitalizzato e che dimostri di saper utilizzare le competenze di marketing moderno innanzitutto per se stesso.  Nel dubbio metteteli alla prova nel loro stesso campo: sono visibili nei motori di ricerca? hanno il controllo della pagina Google di propria competenza? Sono rilevanti e condivisi? fanno content marketing? No? Escludete.

  • Viene a trovarvi un venditore puro a digiuno di ogni competenza consulenziale? Escludete.

Sembra indelicato dirlo, ma le agenzie che lavorano a listino possono vendere solo ore uomo. Voi avete bisogno di risultati e di valore. Di consulenza e di condivisione del rischio. I venditori a listino portano dietro di sé solo risorse junior. E sovraccariche.

  • Viene a trovarvi un team di 4 persone? Venditore, più responsabile di ogni dipartimento, più art director, più stagista? Attenzione.

Lo spiegamento di forze è sospetto e sproporzionato anche se siete una multinazionale.

  • Secondo incontro. Invitate sempre il titolare della digital agency. Se rifiuta, escludete.

E’ fondamentale ingaggiare non una agenzia, ma il titolare dell’agenzia. Prima cosa, una volta che è uscito dall’anonimato siete relativamente tranquilli che dovendo scegliere un cliente da scontentare non sarete voi i primi. Secondo cosa: le competenze dell’agenzia sono una diretta proiezione delle competenze del titolare stesso. Terza cosa: la connessione diretta del titolare con il mercato è l’espressione della connessione con il mercato dell’agenzia tutta.

  • Terzo incontro. Chiedete di conoscere il project manager a voi riservato. Se rifiutano. escludete.

Il PM sarà la vera garanzia delle possibilità (nel caso remoto in cui siano comunque assenti i 5 fattori di fallimentarietà necessaria del progetto di cui supra) di successo della iniziativa digital a voi affidata. Dovrà essere senior (chiedete curriculum dei progetti e dei clienti lui affidati ed indagate alla fonte per conferma), dovrà essere PM di ruolo (non un responsabile di dipartimento “promosso allo scopo” in funzione della vostra specialità come clienti. Non avrebbe tempo ed annegherebbe come efficienza nel giro di tre settimane)

  • Sopralluogo in agenzia. Open space? Attenzione!

Open space significa team divisi per silos, isole che non si parlano, agilità inesistente. Significa ore uomo massificate anziché team autonomi, decisionali e responsabilizzati individuati da competenze di settore. Amazon è strutturata in team di 3 o 4 persone al massimo, per qualunque progetto e per qualunque cliente. E’ un fattore determinante per l’efficacia del partner nel progetto.

… to be continued …

Morire di disconnessione, non di banche.

È di ieri la notizia dell’ennesimo suicidio di un imprenditore, del nordest, e la corsa al piagnisteo  ed alla solidarietà  pelosa è  scattata con la solita  scontata tempestività in tutti i media.
È  un dramma umano e va rispettato per il dolore che porta con sé ad amici e familiari, ma vorrei considerare quanto è  successo da un punto di vista un pò  diverso. Per mera captatio benevolentiae mediatica nessuno si astiene dall’additare banche e politici come i mandanti dell’ennesimo lutto.
Non è  così. 
Non si muore di banche o di crisi, si muore di isolamento, di solitudine e di paralisi depressiva del vivere.
Si muore di disconnessione con l’ecosistema circostante, si muore di una ecologia di rapporti, di relazioni e di capitali umani non coltivata, si muore di autarchia e di scorciatoie, si muore di mancanza di empatia con la realtà mutata.
Si muore perché il mondo è  cambiato e sono cambiate le esigenze ed i comportamenti delle persone, perché  la connessione favolosa con il mondo che si era instaurata quando si era diventati imprenditori è  diventato solo un ricordo di gioventù,  un ricordo che si odia involontariamente quanto umanamente.
La morte drammatica di un imprenditore è  la morte continua, silenziosa e dilagante di tutte le nostre imprese, di tutte quelle nate in un mondo diverso da quello di oggi.
Un mondo in cui le relazioni, le connessioni, i valori ed i contenuti si propagavano in modo semplicemente diverso da oggi.
È  questa la frustrazione drammatica che uccide. Uccide le persone, a volte, ed uccide quotidianamente la spinta a cambiare, a fare qualunque cosa, qualunque cosa pur di fare. E invece no. Passano le settimane, i mesi, gli anni per decidere se investire due lire per rimettere piede nel mondo di oggi nascondendosi  in questioni di budget. Quando è  solo paura e depressione cattiva che prosciuga le energie mentali per essere imprenditori di nuovo e gli imprenditori di sempre.
Esiste il solito mondo di cose da fare, da dire e da coltivare, la vera sconfitta è  solo una.
Quella del verghiano  Mazzaro’: “robba mia, vientene  con me”.

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