Morire di disconnessione, non di banche.

È di ieri la notizia dell’ennesimo suicidio di un imprenditore, del nordest, e la corsa al piagnisteo  ed alla solidarietà  pelosa è  scattata con la solita  scontata tempestività in tutti i media.
È  un dramma umano e va rispettato per il dolore che porta con sé ad amici e familiari, ma vorrei considerare quanto è  successo da un punto di vista un pò  diverso. Per mera captatio benevolentiae mediatica nessuno si astiene dall’additare banche e politici come i mandanti dell’ennesimo lutto.
Non è  così. 
Non si muore di banche o di crisi, si muore di isolamento, di solitudine e di paralisi depressiva del vivere.
Si muore di disconnessione con l’ecosistema circostante, si muore di una ecologia di rapporti, di relazioni e di capitali umani non coltivata, si muore di autarchia e di scorciatoie, si muore di mancanza di empatia con la realtà mutata.
Si muore perché il mondo è  cambiato e sono cambiate le esigenze ed i comportamenti delle persone, perché  la connessione favolosa con il mondo che si era instaurata quando si era diventati imprenditori è  diventato solo un ricordo di gioventù,  un ricordo che si odia involontariamente quanto umanamente.
La morte drammatica di un imprenditore è  la morte continua, silenziosa e dilagante di tutte le nostre imprese, di tutte quelle nate in un mondo diverso da quello di oggi.
Un mondo in cui le relazioni, le connessioni, i valori ed i contenuti si propagavano in modo semplicemente diverso da oggi.
È  questa la frustrazione drammatica che uccide. Uccide le persone, a volte, ed uccide quotidianamente la spinta a cambiare, a fare qualunque cosa, qualunque cosa pur di fare. E invece no. Passano le settimane, i mesi, gli anni per decidere se investire due lire per rimettere piede nel mondo di oggi nascondendosi  in questioni di budget. Quando è  solo paura e depressione cattiva che prosciuga le energie mentali per essere imprenditori di nuovo e gli imprenditori di sempre.
Esiste il solito mondo di cose da fare, da dire e da coltivare, la vera sconfitta è  solo una.
Quella del verghiano  Mazzaro’: “robba mia, vientene  con me”.

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