Winston Wolf e l’antropologia social

Winston Wolf e l’antropologia social

Ma quelli che si “occupano di mkg” (per quel che può  significare), “digitale” per giunta (per quel che dovrebbe in realtà significare)… ma perché ritengono opportuno  dispensare pillole di sapienza su Linkedin, su Facebook,  su qualunque altra piattaforma social?
Ma si è  mai visto un imprenditore leggere linkedin per informarsi? O facebook?
Si è  mai visto un imprenditore poi decidere di pagare per qualcosa che ha la sensazione di poter ottenere gratis da qualunque parte si giri?

Questi salamelecchi reciproci tra sedicenti “esperti” (perché alla fine si leggono e si condividono soltanto tra loro . “I pompini  a vicenda”, direbbe Winston Wolf ) che senso hanno se non  quello di puntare ad una popolarità sterile ed effimera, inutile se non ad ottenere ingaggi da parte di altri che non possono mettere sul mercato altro che “corsi di vendita sulla speranza di vendita , o “corsi di vendita di speranza di trovare il lavoro come venditore di speranze di vendita”?

Siamo veramente oltre il fondo del  barile raschiato.

E tutto questo in un momento in cui gli imprenditori stanno creando partner con cui condividere una responsabilità enorme. Quella di rovesciare la propria impresa dalle fondamenta: dalla visione, alla infrastruttura, alle persone, ai quadri, ai dirigenti, a se stessi. Dagli strumenti, ai metodi, alle metriche, agli obiettivi, ai partner. Dalle categorie finanziarie a quelle giuridiche a quelle etiche.

In questo contesto qualcuno ancora  si agita per passare da “social media marketing expert” nel gruppo linkedin dei suoi pari ? O da “Instagram Guru”?

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Un ecosistema, non un portafoglio.

Un ecosistema, non un portafoglio.

Le aziende non hanno bisogno di consulenze di “esperti” digitali, né di aggiungere semplicemente Business Unit “digitali” al vecchio modello di business. Hanno bisogno di adattare il proprio modello di business per avvicinarlo alle persone, che non sono e non comunicano più nei luoghi e nei modi conosciuti, ma che comunicano e sono connesse più che mai.

Perché questo riavvicinamento sia reale e tangibile nei risultati, deve cambiare radicalmente anche il rapporto tra “fornitori e clienti” per adeguarlo a questo mondo iperconnesso la cui forza sta nel network e nella condivisione tra pari.

La rivoluzione copernicana indotta dall’evoluzione digitale sta in questo: nella forza che porta con sé la creazione di un ecosistema, la cura di una ecologia di rapporti tra persone, tra imprenditori di se stessi come siamo tutti, oggi, fatta di affinità elettive e di uguale forma mentis più che non a normazioni preconfezionate da Condizioni Generali di Contratto.

Stantie, falsamente rassicuranti ed anacronistiche come lo sono tante altre categorie relazionali di un mondo che non esiste più.

Creare un ecosistema, quindi. Non un portafoglio.

Un ecosistema favorevole alla creazione di occasioni di business “sano” tra tutti i soggetti circostanti.

Un ecosistema che si autotuteli in un controllo reciproco, in cui il senso critico prima di ogni decisione venga applicato alla conservazione della fiducia personale, nella considerazione che i risultati arriveranno per tutti solo in funzione dell’apertura alle informazioni, della conoscenza vera dei rispettivi modelli di business ed della condivisione serena delle reciproche competenze, tra imprenditori e professionisti.

Il passo inevitabile che ne conseguirà sarà la condivisione anche del rischio imprenditoriale, tra imprenditori e collaboratori, perché in un ecosistema non esistono perdenti o vincenti all’interno di una stessa relazione: esistono un ecosistema in equilibrio ed uno in disfacimento.

Forse è presto per parlare di questo, ma iniziamo già a considerarlo:

in un mondo iperconnesso, in cui il capitale spendibile è il grado di fiducia riconosciuta e la qualità della propria audience, siamo già tutti SOCI.

Prima ancora che lo riconosca il diritto commerciale.

Comportiamoci già tutti come tali.

Anzi, meglio.