“Parlando di moto in italia esistete solo voi”. E non ci si riferisce ad un produttore

“Parlando di moto in italia esistete solo voi”. E non ci si riferisce ad un produttore

La frase del titolo proviene da un commento su Facebook proveniente da un utente ed inserito in un post, scritto da un altro utente, collaboratore di un magazine online, relativo ad un articolo dedicato al ritorno sul mercato di un marchio storico italiano prodottore di motociclette

Perché colpisce il commento?

Perché non era diretto al marchio storico, né ad alcun altro marchio o produttore, né al magazine online direttamente.

Era dedicato ad un utente, incidentalmente anche redattore del magazine.

Ed andava a sottolineare una cosa evidente e che le imprese non valutano ancora appieno: la rilevanza di settore è ascritta al detentore dell’audience di comparto, una audience guadagnata con i soliti e noti investimenti: persone, competenza, contenuti, comunicazione, relazioni personali, utilità,  non autoreferenzialità, servizio agli utenti, commenti, reviews, coinvolgimento, catalogo e assortimento, ascolto, feedback, fatica, lavoro ed investimenti a lungo termine, fiducia veicolata a coltivata peer to peer, eccetera.

Risultato: “la moto siete solo voi”.

Le aziende non hanno ancora capito che è da qui che devono partire e che purtroppo sono probabilmente ormai lontanissime dal poterlo fare: prima è necessario diventare un http://www.moto.it e poi, solo poi, eventualmente, si può pensare a riesumare un vecchio marchio qualsiasi e tre linee di produzione per (ri)mettersi sul mercato con speranza plausibili di vendere qualcosa. Anziché di essere la new quotidiana di un magazine.

Non il contrario.

Oppure si fa il gioco del detentore dell’audience che sta solamente attendendo di poter distribuire gratis i prodotti altrui, al prezzo che vorrà. Quando sarà il momento.

Bravissimi http://www.moto.it

Veri imprenditori.

“Del sito web ti occupi tu”. La Coppa Cobram digitale aziendale. Guida alla sopravvivenza

“Del sito web ti occupi tu”. La Coppa Cobram digitale aziendale. Guida alla sopravvivenza

Tutte, o quasi, le aziende sono alla terza tornata di esperimenti web – tutti più o meno deludenti – ed inizia ad affiorare un certo nervosismo all’idea di avventurarsi nella inevitabile quarta: oramai l’individuazione dell’incaricato aziendale: “Del (sito) web ti occupi tu” –  è temuta come l’indizione della fantozziana Coppa Cobram ciclistica aziendale annuale.

E’ pura statistica che i responsabili del “web aziendale” non mangino il panettone due volte di seguito. I migliori.

Ciò, chiaramente, non per loro esclusiva responsabilità, ma a causa degli accademici 5 fattori di fallimentarietà necessaria delle iniziative digital nazionali, nell’ordine:

  1. mancata individuazione dei reali obiettivi di business aziendali
  2. iniziativa randomica
  3. roadmap asfittica e/o a brevissimo termine
  4. imprenditore non compartecipe diretto del progetto digital
  5. budget inesistente

In ogni caso l’incaricato alla gestione del “progetto web annuale” ha poco di cui rallegrarsi; questi sono alibi che non lo salveranno.

Proviamo allora a stendere un guida minima, magari a puntate, che gli fornisca qualche chance in più di prolungare la sua carriera aziendale.

Prima puntata: la scelta della digital agency partner
  • Vi hanno contattato facendo telemarketing? Escludeteli di default! Senza eccezioni.

State investendo nel mondo digitalizzato, avete diritto ad un partner che dimostri nei fatti di credere nel mondo digitalizzato e che dimostri di saper utilizzare le competenze di marketing moderno innanzitutto per se stesso.  Nel dubbio metteteli alla prova nel loro stesso campo: sono visibili nei motori di ricerca? hanno il controllo della pagina Google di propria competenza? Sono rilevanti e condivisi? fanno content marketing? No? Escludete.

  • Viene a trovarvi un venditore puro a digiuno di ogni competenza consulenziale? Escludete.

Sembra indelicato dirlo, ma le agenzie che lavorano a listino possono vendere solo ore uomo. Voi avete bisogno di risultati e di valore. Di consulenza e di condivisione del rischio. I venditori a listino portano dietro di sé solo risorse junior. E sovraccariche.

  • Viene a trovarvi un team di 4 persone? Venditore, più responsabile di ogni dipartimento, più art director, più stagista? Attenzione.

Lo spiegamento di forze è sospetto e sproporzionato anche se siete una multinazionale.

  • Secondo incontro. Invitate sempre il titolare della digital agency. Se rifiuta, escludete.

E’ fondamentale ingaggiare non una agenzia, ma il titolare dell’agenzia. Prima cosa, una volta che è uscito dall’anonimato siete relativamente tranquilli che dovendo scegliere un cliente da scontentare non sarete voi i primi. Secondo cosa: le competenze dell’agenzia sono una diretta proiezione delle competenze del titolare stesso. Terza cosa: la connessione diretta del titolare con il mercato è l’espressione della connessione con il mercato dell’agenzia tutta.

  • Terzo incontro. Chiedete di conoscere il project manager a voi riservato. Se rifiutano. escludete.

Il PM sarà la vera garanzia delle possibilità (nel caso remoto in cui siano comunque assenti i 5 fattori di fallimentarietà necessaria del progetto di cui supra) di successo della iniziativa digital a voi affidata. Dovrà essere senior (chiedete curriculum dei progetti e dei clienti lui affidati ed indagate alla fonte per conferma), dovrà essere PM di ruolo (non un responsabile di dipartimento “promosso allo scopo” in funzione della vostra specialità come clienti. Non avrebbe tempo ed annegherebbe come efficienza nel giro di tre settimane)

  • Sopralluogo in agenzia. Open space? Attenzione!

Open space significa team divisi per silos, isole che non si parlano, agilità inesistente. Significa ore uomo massificate anziché team autonomi, decisionali e responsabilizzati individuati da competenze di settore. Amazon è strutturata in team di 3 o 4 persone al massimo, per qualunque progetto e per qualunque cliente. E’ un fattore determinante per l’efficacia del partner nel progetto.

… to be continued …

Morire di disconnessione, non di banche.

È di ieri la notizia dell’ennesimo suicidio di un imprenditore, del nordest, e la corsa al piagnisteo  ed alla solidarietà  pelosa è  scattata con la solita  scontata tempestività in tutti i media.
È  un dramma umano e va rispettato per il dolore che porta con sé ad amici e familiari, ma vorrei considerare quanto è  successo da un punto di vista un pò  diverso. Per mera captatio benevolentiae mediatica nessuno si astiene dall’additare banche e politici come i mandanti dell’ennesimo lutto.
Non è  così. 
Non si muore di banche o di crisi, si muore di isolamento, di solitudine e di paralisi depressiva del vivere.
Si muore di disconnessione con l’ecosistema circostante, si muore di una ecologia di rapporti, di relazioni e di capitali umani non coltivata, si muore di autarchia e di scorciatoie, si muore di mancanza di empatia con la realtà mutata.
Si muore perché il mondo è  cambiato e sono cambiate le esigenze ed i comportamenti delle persone, perché  la connessione favolosa con il mondo che si era instaurata quando si era diventati imprenditori è  diventato solo un ricordo di gioventù,  un ricordo che si odia involontariamente quanto umanamente.
La morte drammatica di un imprenditore è  la morte continua, silenziosa e dilagante di tutte le nostre imprese, di tutte quelle nate in un mondo diverso da quello di oggi.
Un mondo in cui le relazioni, le connessioni, i valori ed i contenuti si propagavano in modo semplicemente diverso da oggi.
È  questa la frustrazione drammatica che uccide. Uccide le persone, a volte, ed uccide quotidianamente la spinta a cambiare, a fare qualunque cosa, qualunque cosa pur di fare. E invece no. Passano le settimane, i mesi, gli anni per decidere se investire due lire per rimettere piede nel mondo di oggi nascondendosi  in questioni di budget. Quando è  solo paura e depressione cattiva che prosciuga le energie mentali per essere imprenditori di nuovo e gli imprenditori di sempre.
Esiste il solito mondo di cose da fare, da dire e da coltivare, la vera sconfitta è  solo una.
Quella del verghiano  Mazzaro’: “robba mia, vientene  con me”.

Scritto con WordPress per Android

La rivoluzione digitale come evoluzione culturale aziendale. Workshop a Torino

La rivoluzione digitale come evoluzione culturale aziendale. Workshop a Torino

A Torino, Palavela, il prossimo 16 giugno, ore 15.00, invitati dalla Compagnia delle Opere Piemonte, in occasione dell’evento Expandere 2016, parleremo agli imprenditori di “Evoluzione Digitale”, sostenendo che imprese ed imprenditori per continuare o per tornare ad essere rilevanti e competitive non hanno alcun bisogno né di “strumenti digitali”, né di “specialisti digitali”, né di “agenzie digitali”.

Hanno semplicemente bisogno di tornare a fare gli imprenditori, di ricominciare ad ascoltare gli utenti, di parlare il loro nuovo linguaggio e di attivare e riattivare le connessioni con collaboratori e clienti.

Sostanzialmente occorre rimettersi in pista, strutturarsi per lavorare in modo definitivamente diverso e utilizzare le dinamiche di comunicazione attuali semplicemente per comunicare che si è ripartiti e che si fa di nuovo parte dell’ecosistema sociale e culturale attuale.

Le scorciatoie non esistono e gli strumenti tecnologici sono irrilevanti, l’elemento aggregatore resta quello di sempre: empatia con il mondo esterno. E non esiste empatia senza cultura.

scarica il programma del workshop

 

 

 

Digital marketing, condivisione ed approfondimento. Network is networth.

Digital marketing, condivisione ed approfondimento. Network is networth.

Corso di formazione marketing per il mercato digitale TSW, al laboratorio di via Calmaggiore in Treviso. http://www.tsw.it

Ottima risposta da parte del pubblico.
La prima di una serie di iniziative dedicate alla divulgazione e all’approfondimento.
Non esiste il network tra fornitori e clienti senza la condivisione aperta di know-how.
E non esiste mercato senza network
Network is networth!

digital marketing, formazione

TSW User experience lab, corso di divulgazione digital marketing