Digital marketing, condivisione ed approfondimento. Network is networth.

Digital marketing, condivisione ed approfondimento. Network is networth.

Corso di formazione marketing per il mercato digitale TSW, al laboratorio di via Calmaggiore in Treviso. http://www.tsw.it

Ottima risposta da parte del pubblico.
La prima di una serie di iniziative dedicate alla divulgazione e all’approfondimento.
Non esiste il network tra fornitori e clienti senza la condivisione aperta di know-how.
E non esiste mercato senza network
Network is networth!

digital marketing, formazione

TSW User experience lab, corso di divulgazione digital marketing

Il passaggio generazionale aziendale: una questione di due generazioni fa. “Momenti Kodak” italiani

Il passaggio generazionale aziendale: una questione di due generazioni fa. “Momenti Kodak” italiani

Analisi anche recenti hanno evidenziato l’evidente. “La trasmissione delle imprese di padre in figlio sta diventando sempre più complessaSu 80.000 imprenditori che ogni anno in Italia affrontano la successione generazionale, appena un quarto supera il primo passaggio, il 14% non supera il secondo, mentre al terzo rimane in piedi solo il 5% delle imprese. E il 63% delle imprese che superano il passaggio generazionale non va oltre il quinto anno

In realtà il problema per le pmi non è più organizzarsi per agevolare – una tantum – “il passaggio generazionale” , ma – più seriamente – strutturarsi per non soccombere ad un darwinismo digitale che incombe ormai trimestralmente e trovarsi così condannati a dibattersi nell’irrilevanza.

L’ecosistema attuale è intrinsecamente tecnologico, un ecosistema in cui la tecnologia cambia sempre più velocemente i comportamenti delle persone, amplifica le occasioni di contatto tra aziende e clienti, fa invecchiare velocemente imprenditori e forza lavoro, allontana le generazioni e favorisce di volta in volta i neocompetitor.
Se è vero che oggi l’ecosistema in cui si lavore e vive è social, mobile, real time e cloud è altrettanto vero che l’accelerazione tecnologica che lo ha determinato non diminuirà, che il cambiamento è inevitabile e che ciò che ancora non sappiamo renderà inutile ciò che pensiamo di sapere oggi. Si tratta dunque di riflettere su quale sarà il futuro del business in un ecosistema così aperto: un futuro che non potrà che essere garantito da vera differenziazione, da valore aggiunto e da relazioni significative coltivate.

Uno status di cambiamento persistente in cui l’unica salvezza è “restare studenti”.
Il vero “passaggio generazionale aziendale” oggi consiste nel costruire un ecosistema aziendale che supporti il cambiamento, avendo ben chiaro che “cambiamento” non significa “sfornare idee”. Di quelle ce ne sono sempre a iosa, tutte puntualmente disperse nella routine e nella scarsità di risorse.
Supportare il cambiamento significa creare una “cultura aziendale” che permetta alle idee di non soffocare nel loro stato embrionale, ma di declinarsi, espandersi e di giungere ad applicazione apprezzabile.
Ciò che soffoca le idee sono le gerarchie, le procedure e lo spirito di sopravvivenza (paraculismo?), affrontare il vecchio cd “passaggio generazionale” significa dunque costruire una infrastruttura che reinventi come la gente lavora, affrontando seriamente i vecchi sistemi e le vecchie procedure.
Non dimentichiamo la lezione di Amazon: “non dovrebbe esistere in azienda un unico progetto che non possa essere gestito da un team che possa nutrirsi con due pizze”.
Immaginiamo questo in Italia, dove anche in una pmi di 20 persone per pubblicare una landing page relativa ad una questione straordinaria occorre coinvolgerne 19 per almeno 3 turni di consultazoni. Passaggio genereazionale del mese: fallito!

Se il futuro del business è nella rilevanza, nella differenziazione e nelle relazioni significative, attrezzarsi infrastrutturalmente per supportare il cambiamento dovrebbe diventare un’attività quotidiana, dedicata a consolidare i presupposti per garantirsi una rilevanza verso le nuove generazioni: lo stesso Seth Godin recentemente ha sostenuto che il vero business lo si intrattiene con i power users delle tecnologie digitali, percentuale di utenti numericamente magari limitata, ma dall’impatto pesantissimo.
Il futuro del business sta nel supportare il cambiamento, dotandosi di una infrastruttura che favorisca l’intraprendenza, che premi la leadership (la dote che aiuta a trascinare le persone verso il “non noto” e le nuove possibili opportunità), che sia illuminata da una visione, non velleitaria ovviamente, ma espressa e ben comunicata e che sia informata da fiducia e trasparenza

Se è vero che non esiste oggi business che non sia social business, è altrettanto vero che ciò deve valere anche in azienda; tutti dovrebbero essere messi in condizione di essere parti attive e di contribuire al destino delle proprie aziende, dovrebbero essere ricompensati dei contributi e messi al riparo dai rischi per essersi messi in gioco. E’ l’unico modo per supportare davvero il cambiamento, non perdere il contatto con i futuri clienti e lottare per la rilevanza e la leadership intellettuale del proprio settore.
E niente di tutto questo ha a che fare con “l’utilizzo della tecnologia”. Non si diventa irrilevanti perchè non la si utilizza, ma perché non si sa per cosa dovrebbe essere usata: per facilitare le relazioni, per imparare prima, per collaborare meglio, alla luce di empatia, chiarezza di scopo e ispirazione.

Il vero passaggio generazionale aziendale parte quindi da molto lontano:
– creazione di una cultura “dell’innovazione”
– creazione di team dedicati all’innovazione
– lotta alla disistima/diffidenza generazionale reciproca
– investitura personale di funzioni effettive
– apertura ad imparare, facendone un task quotidiano
– investimento nelle persone e nei talenti
– utilizzo della tecnologia come comburente e non come combustibile
– ricompensa dei contributi e dalla tutela verso i rischi di errore
– rafforzamento della collaborazione.

Strutturarsi per continuare ad essere rilevanti è il vero passaggio generazionale.
E’ questo il vero ed unico compito che dovrebbero avere i manager in azienda.
Per non essere semplici travet del proprio piccolo o grande budget personale.

iGuzzini Lightfirst. Digital transformation made in Italy

iGuzzini Lightfirst. Digital transformation made in Italy

http://www.iguzzini.com/lightfirst/

Aziende italiane che hanno capito perfettamente cosa significa fare comunicazione in un contesto digitale come quello attuale. Social, mobile, cloud e real time.
Un contesto un cui leadership è condizione necessaria di sopravvivenza ed in cui il grado di rilevanza espresso è direttamente correlato al livello intellettuale che l’azienda è un grado di interpretare.
Il numero delle parole che si sanno usare è il vero potere. E’ così da sempre e da oggi in poi più che mai.
In questa semplice idea di “lightfirst” sembra esserci tutto ciò che è “marketing digitale”: tensione culturale, espressione di una idea, qualità dei contenuti, attitudine alla condivisione, immediatezza, metodicità.
Non c’è nulla di casuale o di gratuito e non ci sono scorciatoie, è una intera azienda che si è riorganizzata accogliendo una trasformazione digitale e divenendo la media agency di se stessa.
Bravi davvero.

 

Ponti che cedono e connessioni difficili con i propri utenti. Imprese e politica a lezione di empatia da un parrucchiere.

Ponti che cedono e connessioni difficili con i propri utenti. Imprese e politica a lezione di empatia da un parrucchiere.

Il caso di Bassano del Grappa in queste ultime settimane è emblematico.

Il Ponte Vecchio è sempre più storto, le fondamenta cedono. Ogni mese più storto, sotto gli occhi di tutti e senza nessuno che lo noti. Da sopra, con un bicchiere di spritz in mano, guardando il panorama o percorrendolo di fretta con la testa nel proprio quotidiano,  i cedimenti progressivi non si vedono.

Perchè qualuno noti l’evidenza occorre attendere che un artigiano esca dalla prospettiva scontata e decida di guardare le cose dalla propettiva giusta. Da sotto. In canoa. La storia del bambino e della scoperta che “ma… il re è nudo!” “il Ponte è stortissimo! Ma siete tutti ciechi?”

Scontato dire che è esattamente la storia dell’Italia e delle sue vecchie doti.

Ovviamente all’artigiano appare ovvio utilizzare la tecnologia per amplificare il suo “il re è nudo”. Tre post su facebook, nel modo giusto, nel momento giusto, con il tono giusto e nel contesto giusto e in tre giorni metà cittadinanza fa gruppo e movimento sul web, i contatti divengono relazioni e le parole conversazioni. Il Ponte diventa occasione di aggregazione  qualificata, le conoscenze si fissano in connessioni nuove e in connessioni ricreate.

Mentre il movimento e le aggregazioni crescono a valanga, imprese e politica continuano a fare i turisti: spritz in mano e sguardo verso l’orizzonte, appoggiati al parapetto sbilenco, lamentandosi di quanto sia difficile oggi la connessione con i propri clienti e con i propri elettori.

Nel frattempo, volendo, il buon artigiano potrebbe candidarsi a sindaco e verrebbe eletto a mani basse. Volendo potrebbe consorziare attorno a se tutte le aziende che preferisce, dispensando loro la visibilità che meglio gli aggradi. E chiaramente ora l’artigiano inizia pure ad essere inconfessabilmente scomodo per chi avrebbe dovuto vedere e non ha visto e per chi avrebbe potuto fare ed è restato inerte.

Anche se in ritardo politica e impresa iniziano a percepire l’opportunità e imbastiscono alcuni approcci per recuperare un pò di connssione con la gente: approci vecchi, come è vecchio il modo di fare politica e marketing nella “provincia” Italia.

Un’offerta. Un gettone da sponsor. Una foto assieme ad Ilario Baggio. Tutto tardivo, sterile, scontato. Anche se ben accetto, ci mancherebbe.

In realtà il buon artigiano ha dato a tutti una lezione memorabile e magistrale di marketing, di politica e di social business.

Ha cambiato prospettiva, ha osservato, ascoltato e visto, ha dimostrato EMPATIA con il contesto e le persone – e l’EMPATIA sarà la chiave che differenzierà le imprese che vivranno e quelle che moriranno – ha usato la tecnologia nel modo corretto; non in modo autoreferenziale per parlare di sè, ma per fornire alla gente un’occasione per condividere esperienze.

E tutto questo non “per fare business”, ma semplicemente per passione. Una discreta lezione per i brand: i brand adi cui si sentirà la mancanza sono solo quelli in cui lo scopo va oltre il profitto.

Cosa avrebbero fatto imprese e politica se “al marketing” avessero avuto Ilario Baggio, con la sua canoa gialla, i suoi sandali e la barbetta colorata (ps. quanti indizi solo in questo…)? Probabilmente avrebbero colto questa clamorosa occasione di “connessione” per fare qualcosa di meglio di una “offerta” o di un gadget personalizzato agli utenti.

Avrebbero dimostrato di aver capito che le persone oggi vedono, discutono, condividono e si aggregano in totale e brillante autonomia. Che siamo vicini al giormo in cui le persone saranno in grado di scambiarsi oltre alle informazioni anche i beni  e che saranno in buona parte in grado di produrseli o di replicarli.

Una idea avrebbe potuto essere: “grazie a tutti cittadini e clienti, siete stati veloci, appassionati e svegli, avete condiviso e vi siete aggregati usando la tecnologia molto megli di noi: non vi regaliamo 1000 euro di sponsorship.  Vi regaliamo uno strumento che vi permetterà di capitalizzare la vostra aggregazione, aiutandovi ad essere ancora più connessi, più veloci, più autonomi e di guadagnare qualcosa da tutto questo. Una piattaforma digitale cittadina, un marketplace online, in cui la gente possa vendere o acquistare qualcosa in autonomia e reciprocamente, possa mettere a disposizione risorse umane e personali, possa sollecitarne lo scambio, possa regalare e possa chiedere.

Qualcosa del genere…

Tra aziende assieme, pochi euro, un grande valore messo a disposisione di consumatori ed elettori. Una visibilità virtuosa immediata, una grande storia da raccontre ai media.

I cittadini ormai sono autonomi e forti. Le aziende e la politica faranno bene ad accorgersene presto se non vorranno finire disintermediati irrimediabilmente “dalla folla”. E non sarà ostacolandondone l’aggregazione che aziende e politica allontaneranno quel momento, ma favorendola e ricompensadola.

Ma per riuscirci, a quanto pare occorrono canoa, sandali e barba colorata.

Ma potremmo anche dire: osservazione, empatia e tensione culturale. Doti rare.

 

2014: il marketing vende. Non le vendite.

2014: il marketing vende. Non le vendite.

Le attività commerciali cosiddette “fredde”, il telemarketing innanzitutto, hanno sempre portato risultati discutibili alle aziende.

Oggi più che mai per i prospects è facile evitare questi appocci.

Malgrado ciò le aziende sono dotatissime di “uffici vendite” e gli “uffici marketing” sono oberati di attività contingenti e strumentali, marginali rispetto al vero focus del marketing, ovvero creare prodotti, servizi ed il brand stesso così rilevanti da rendere l’attività commerciale superflua. In altri termini oggi più che mai è il momento di investire risorse per rendere i prodotti rilevanti, più che investire risorse nel tentare di “venderli”

Bain & Company nel suo ultimo studio ha rilevato che l’80% degli imprenditori considera la propia azienda “molto differenziata”. Purtroppo solo l’8% dei consumatori è d’accordo e coglie questa sedicente differenziazione.

Continuando a concentrarsi nei prospect si finisce con il perdere di vista la questione fondamentale: dotarsi di una strategia di posizionamento. Le aziende che ne sono invece dotate non hanno prospects da stanare, hanno followers, hanno sponsors, hanno clienti soddisfatti. Vale per i brand, ma vale anche per le PMI e professionisti.

Ma arrivare a mettere in mettere in modo questo meccanismo virtuoso non è casuale. Occorre qualcuno che un azienda faccia questo lavoro.  Senza risorsa dedicata, senza budget, senza investitura formale, senza sostanzialmente poteri e responsabilità il “marketing”, il rendere l’azienda “rilevante”,  continuerà a restare nel limbo delle buone intenzioni.

Occorre farne il lavoro di qualcuno.

Il futuro del web marketing non è nel web, è in noi.

Il futuro del web marketing non è nel web, è in noi.

È nella nostra capacità di reinventare un ruolo per noi e per le nostre aziende, dimenticandoci di tecnologie e di strumenti e dimenticandoci di molto di ciò che crediamo di sapere.

Il momento è importante per la società, per il mercato e per il futuro personale di tutti: clienti, consumatori, dipendenti ed addetti ai lavori. Abbiamo davanti una discesa impegnativa da affrontare prima di poter tornare a camminare, prima, e a correre di nuovo, poi.

E, come in montagna, ciò che davvero ci serve per scendere a valle non sono scarponi nuovi, o ramponi diversi, o equipaggiamento in più.

Occorrono mente aperta, piedi veloci e colpo d’occhio.

Servono poche indicazioni, ma chiare, ed una direzione da prendere.

Abbandonare le vecchie convinzioni, mettere in discussione tutto ciò che pensavmo fosse certo e la falsa sensazione di sicurezza che dà lo scendere con il peso arretrato verso la montagna, come pensavamo giusto.

È il momento invece di sporgersi in avanti, definire un obiettivo, darsi una visione e condividerla.

E l’aderenza sotto le suole ritornerà.

Farsi carico di proposizioni di valore, rendersi speciali, comunicare come si vorranno condividere esperienze in relazioni.

Utilizzare la tecnologia esistente per valorizzare ed amplificare il nuovo modo di muoversi, non acquistare ulteriore tecnologia per arrancare aggrappati alla montagna come abbiamo sempre fatto.

Basta scuse, quindi.

Fare marketing oggi, vendere, significa connettersi con i propri clienti e le connessioni risiedono non colte in ognuno di noi, in ogni dipendente, di ogni ufficio, di ogni azienda che abbia rapporti con il consumatore.

Tutti collettivamente responsabili del marketing della propria azienda, anche se nessun mansionario ne parla ancora. Si tratta solo di capire individualmente il valore di ciò che si fa, ma dal punto di vista delle persone che si vogliono raggiungere.

Le relazioni nascono solo così e le relazioni, contestualizzate, sono l’essenza del business.

Sporgersi in avanti. Quel che facciamo in questo momento difficile è importante, ha un valore che dipende solo da noi individualmente; non è scritto l’esito e non sono definiti vantaggi e ricompense una volta scesi a a valle.

Ma iniziamo a farlo nel modo corretto: peso in avanti, direzione chiara e mente sgombra.

L’equipaggiamento viene molto, molto dopo.